RECENSIONE LIBRO - Gunmetal Gods, di Zamil Akhtar
SINOSSI DAL WEB: Hanno rapito sua figlia, così Micah viene a reclamare il loro regno. Cinquantamila paladini armati di fucili marciano al suo fianco, tutti battezzati nel sangue degli angeli, assetati di bruciare gli infedeli.Solo i giannizzeri possono fermarli. La loro leggenda vivente, Kevah, un tempo decapitò un mago tra una pioggia di lame di ghiaccio. Ma da quando sua moglie è scomparsa, si rifugia nei fumi dell’hashish e nei versi della poesia. Per salvare il regno, Kevah dovrà sconfiggere il proprio dolore e tornare a essere la leggenda di un tempo. Ma Micah scrive la sua leggenda col sangue, e la sua crociata di giustizia non conosce ostacoli. Quando gli dèi sceglieranno da che parte stare, una nuova leggenda sarà incisa tra le stelle.
COMMENTO: Occorre munirsi di pazienza per entrare nel mondo di "Gunmetal Gods", perché Zamil Akhtar si prende un pò di tempo e le prime duecento pagine scorrono in maniera non particolarmente dinamica. Poi, d'improvviso, la vicenda decolla e per il lettore sarà sempre più difficile staccarsi dalle pagine, catapultato in un mondo solo apparentemente lontano dal nostro. Punto di forza del romanzo è di fatto il solido e affascinante worldbuilding, di chiara matrice esotica e arabeggiante, che reinterpreta l'immaginario mediorientale in chiave dark fantasy senza mai risultare decorativo o superficiale. Città, deserti, mari sconfinati, culture e conflitti religiosi diventano quindi parte integrante del dramma che attraversa la storia.
Sono le guerre di religione a costituire l'ossatura del romanzo. Akhtar affronta senza sconti il fanatismo religioso, l’adesione cieca ai dogmi e la trasformazione della fede in strumento di potere e di violenza. I personaggi si muovono in un mondo in cui credere richiede di rinunciare al dubbio, e dove il confine tra devozione e fanatismo si fa pericolosamente sottili. Trattasi di riflessioni amaramente attuali, che risuonano con forza e che aggiungono ulteriore spessore - morale e politico - alla narrazione.
Il vero gioiello del romanzo, però, è senza dubbio il pantheon delle divinità. Gli dèi di "Gunmetal Gods" – talvolta chiamati Angeli - sono entità profondamente ambigue, inquietanti, mai del tutto comprensibili. Non incarnano un bene o un male assoluto, ma si muovono secondo logiche opache, spesso crudeli, sempre disturbanti. Il rapporto tra uomo e divino è fatto di fede, paura, fanatismo e manipolazione, e Akhtar riesce a renderlo con grande efficacia, alimentando il senso di mistero e di minaccia latente.
Anche i personaggi sono all’altezza di questo impianto cupo e stratificato. Protagonisti e antagonisti cambiano spesso di posizione (complici i diversi punti di vista e la narrazione sempre in prima persona); non importa da quale parte della barricata si trovano: sono figure tormentate, spezzate da traumi personali e lacerati da scelte che mettono a dura prova etica e morale. Nessuno è davvero puro e nessuno è completamente innocente: il conflitto non è solo esterno, ma soprattutto interiore, e questo rende ogni scontro più denso e doloroso. In particolare, il confine tra eroe e nemico è spesso sfumato, costringendo il lettore a confrontarsi con motivazioni comprensibili anche quando sono terribili.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura è funzionale, più efficace che brillante: non cerca guizzi continui né virtuosismi linguistici, e ogni tanto questo tende ad appiattire la narrazione, soprattutto nella prima sezione dell'opera. Tuttavia, proprio quando entrano in scena le divinità – o ciò che si cela dietro quel nome – la prosa si accende facendosi più visionaria e potente, lasciando intravedere orrori cosmici e verità proibite.
Gunmetal Gods è quindi il primo tassello di una saga dark fantasy matura, cupa e affascinante, che brilla per il suo immaginario, per il modo intelligente e disturbante in cui tratta il divino e per la lucidità con cui affronta temi come fede, fanatismo e guerra religiosa. Ora non resta che attendere i prossimi tasselli dell'epopea, consci del fatto che il bello deve in realtà ancora venire.
DISCO DA ABBINARE: Melechesh - Sphynx, perché il terzo lavoro della band è un'opera rituale, ossessiva, intrisa di misticismo mediorientale e violenza sacra. Insomma, la colonna sonora ideale per leggere di dèi ambigui, guerre di religione e e fanatismi. Un disco zeppo di melodie aliene e imperscrutabili e rovente come la sabbia del deserto sotto il sole di mezzodì, anche grazie alla prestazione mostruosa di Proscriptor dietro le pelli.



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