RECENSIONE: Arena, di Francesca Tassini

SINOSSI DAL WEB: Nell’arena andrà in scena Anubis il Re, un’opera mastodontica dedicata al dio egizio. Ad allestire lo spettacolo sono chiamate decine di persone. Tra tutte, la prima ad arrivare è la squadra di Sputo e dei suoi colleghi facchini. Per molti di loro sbagliare la commessa può significare perdere il posto. Sono abituati a lavorare senza alcun orario né pausa, ma questa volta le cose partono subito male: giunti all’arena trovano Rachele ad aspettarli. Forti della convinzione che “nei cantieri come sulle navi le donne portano male”, appena le cose cominciano ad andare storte gli uomini della squadra trovano il loro capro espiatorio. Mentre fuori il mondo sembra annegare in un terrificante silenzio, il clima impazzisce e strane bestie appaiono tra le quinte dell’arena, l’antico teatro romano stringe la squadra in un abbraccio che somiglia troppo a una morsa. Sputo dovrà scegliere se stare dalla parte degli uomini, con il loro cameratismo e le superstizioni in grado di uccidere, oppure immergersi in quel mondo vibrante di vita e di morte che sembra emergere tra le antiche pietre dell’arena.


COMMENTO: Difficile parlare di Arena. Difficile perché la trama è in realtà un mero pretesto per parlare di altro. Difficile perché i sottotesti sono tanti e nemmeno io sono sicuro di aver colto tutto nel migliore dei modi. Difficile perché, al di là della tematica del "Lavoro che disumanizza l'uomo" (comunque importante e portato avanti con cognizione di causa), ci sono tanti di quegli spunti, in queste centoventi pagine, che sarebbe necessario prendersi diversi giorni per riuscire a orientarsi nel dedalo mostruoso architettato dalla Tassini.

Quello che però posso dirvi è che mi è piaciuto molto, nonostante sin dal dalle prime pagine si sia rivelato ben diverso da ciò che mi aspettavo. Bene così eh, non è certo la prima volta che Zona42 mi spiazza piacevolmente.

Arena è al contempo disturbante e conturbante.
Francesca Tassini opera per sottrazione. Suggerisce, più che mostrare apertamente. Lavora attraverso i simboli, fornendo al lettore poche informazioni per decodificare il fitto intrico di geroglifici che incontriamo in "Arena".

Fa di tutto affinché il lettore si smarrisca fra le sue parole, e riesce benissimo nel suo intento.

La vicenda è tesa dall'inizio alla fine, ma non esplode mai in maniera definitiva. Perché è nell'attesa che Francesca ci lascia in ammollo, alla maniera di cadaveri che fanno capolino da un canale di scolo. Un'attesa estenuante, lancinante, mostruosa, dove i silenzi si caricano di significati e le parole perdono di senso.

E non potrebbe essere altrimenti, perché l'Arena in cui si trascinano i protagonisti della vicenda, tutti ben tratteggiati, altro non è che un non-luogo, un limbo/purgatorio fuori dal tempo e dallo spazio, una dimensione liminale nella quale espiare colpe e pensieri impuri, dove nemmeno la pioggia incessante è in grado di lavare via i peccati e per questo, forse, è meglio che copra tutto in una bara di acqua gelida.

E l'Arena, di fatto, è la vera protagonista del romanzo: un microcosmo perennemente a un passo dal collasso, che osserva in silenzio i comportamenti del gruppo di facchini, li giudica, li imprigiona. Un luogo dove i cadaveri, immobili come statue di tempi antichi, mutano in odiosi MEMENTO, dove gli animali partecipano al dramma umano e gli umani si trasformano in bestie, sputano come bestie, pensano peggio delle bestie.

Non è certo un caso, in fondo, che i facchini si ritrovino in quel posto per allestire lo spettacolo "Anubis il Re". Perché, così come Anubis pesava il cuore del defunto mettendolo a confronto con la leggerezza della piuma della Dea Maat, tutti i protagonisti, prima o poi, verranno giudicati per i loro peccati, per le loro colpe, per i loro pensieri o per la loro ignavia.

Lo spettacolo è diretto con mano sicura dalla Tassini. La sua scrittura è volutamente gelida e spigolosa, ma si concede aperture delicate, liriche e poetiche, senza tuttavia cadere nel mero esercizio di stile. Si appiccica a Sputo, il protagonista, e non lo lascia più andare, alla maniera di un regista che segue la nuca dell'attore principale in un lungo e dolente piano sequenza.

A fine spettacolo ci si trova spossati, svuotati, turbati.

A fine spettacolo ci si domanda se si riuscirà ad abbandonare l'Arena.

Sempre che sia rimasto qualcosa, là fuori.





DISCO DA ABBINARE: Colosseum - Chapter 2: Numquam, perché il fumeral doom della band finandese (ormai sciolta) è perfetto per evocare le atmosfere sempre più claustrofobiche e quel senso di ineluttabile fatalità che permea lo scritto di Francesca Tassoni. Una discesa nell'abisso, sondando frequenze sempre più disturbanti e pensieri sempre più abominevoli. E poi... si chiamano COLOSSEUM.

Capito, no?

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