RECENSIONE: Viscere Nere, di David J. Schow

SINOSSI DAL WEB: Un piccolo spacciatore di nome Cruz si ritrova dalla soleggiata Miami in una gelida Chicago, e si nasconde in una camera in affitto nel fatiscente edificio Kenilworth Arms, dove incontra Jonathan, uno yuppie che sta cercando di superare una storia d'amore fallita, e Jamaica, una prostituta al soldo del boss della droga Bauhaus. Quando i due sono costretti a gettare due chili di cocaina nel pozzo di ventilazione, per sfuggire a un raid della polizia, iniziano ad accadere cose strane. Si scopre presto che l'edificio appare animato da una mostruosa creatura che si nasconde in fondo al condotto di ventilazione.

COMMENTO:  David J. Schow non ha certo bisogno di presentazioni. Esponente di spicco del movimento splatterpunk nonché suo padrino (dal momento che il termine lo ha coniato lui stesso), si è mosso fra gli anni '80 e '90 con scioltezza fra letteratura e cinema (sue, tra l'altro, le sceneggiature de "Il Corvo", "Non aprite quella Porta III" e "The Hills Run Red", slasher post-2000 mai arrivato in Italia ma estremamente consigliato).

"Viscere Nere" ("The Shaft"), pubblicato per la prima volta nel 1990, è una delle sue opere più celebri: un horror putrido e malsano che strizza l'occhio al pulp più scorretto e, appunto, viscerale.
Il risultato sono quattrocento pagine scritte divinamente (credo non si possa avere nulla da ridire, riguardo la prosa di Schow) e dense di avvenimenti, nelle quali lo scrittore statunitense mescola in maniera schizofrenica ironia e iperviolenza, boss del narcotraffico e abomini fognari, prostitute dal cuore d'oro e pesci piccoli che tentano di svoltare le proprie esistenze, del tutto ignari dei terribili eventi che li attendono non appena gireranno l'angolo.
E gli eventi per Jonathan, Cruz e Jamaica precipitano velocemente, soprattutto quando le loro vite, per un motivo o per l'altro si intersecano nel Kenilworth, il fatiscente condominio dove il primo trova una sistemazione momentanea e il secondo si nasconde dall'ennesima puttanata dalla quale, forse, non ha modo di scappare. 

Perché il Kenilworth non è un semplice condominio. Il Kenilworth è un luogo che respira, vive, mangia, digerisce. Un posto nel quale vanno a morire uomini e donne dai passati spesso ingombranti ma ormai invisibili al resto del mondo, un limbo grigio e senza vita per relitti umani, criminali e famiglie indigenti, microcosmo popolato da derelitti destinati a scomparire, annegando in un oceano di indifferenza. Un mostro dai molteplici occhi e dalle innumerevoli bocche, che vive in simbiosi con una creatura di carne e sangue che dimena le proprie appendici fra le intercapedini, i condotti di ventilazione e il sistema fognario e di scolo. 
Un setting che non si dimentica tanto facilmente, quello scaturito dalla penna di Schow, e che di fatto già da solo vale la lettura. 

Lettura che di tanto in tanto tende ad appesantirsi, questo va detto. Perché qualche volta Schow si perde in lunghe pagine descrittive, a divagazioni forse un pò troppo insistite (i vari tecnicismi sulle droghe) o flashback fin troppo particolareggiati su personaggi secondari/di contorno, rallentando il ritmo quando forse sarebbe il caso di accelerarlo, cosa che accade soprattutto nei passaggi prettamente pulp del romanzo. 

Nulla di grave, per carità: trattasi di una scelta narrativa dell'autore, e come tale può essere più o meno opinabile ma va comunque accettata.

Quel che è certo, tuttavia, è che la parte più horror è gestita in maniera magistrale e la sezione finale è un tripudio di abomini, nefandezze e liquami che lascia il segno, dal momento che la capacità descrittiva di Schow, unita al suo stile violento ed eccessivo ma spesso elegante (e ironico), evoca una serie di immagini ed eventi destinati a rimanere marchiati a fuoco nella memoria del lettore.

Quindi il bilancio si chiude nettamente in positivo, è giusto ribadirlo a scanso di equivoci. "Viscere Nere" è una lettura affascinante, disturbante e divertente, autentica tappa obbligata  per comprendere appieno l'esplosivo fenomeno SPLATTERPUNK, nato negli anni '80 e sviluppatosi successivamente grazie a un manipolo di scrittori (Clive Barker, John Skipp, Poppy Z. Brite, Brian Keene, CraigSpector, Richard Laymon e altri) che, giustamente, sono entrati nell'immaginario di ogni amante dell'horror che si rispetti.




DISCO DA ABBINARE: Drawn and Quartered - The One Who Lurks, perché, seppur non sia l'opera migliore degli statunitensi, probabilmente è la più marcia e asfissiante, pertanto si adatta perfettamente al degrado che grondano le pagine di "Viscere Nere". Death metal putrescente e perverso, del tutto avulso da melodia o strizzate d'occhio più moderne. Musica estrema per gente estrema e che non ammette alcun genere di compromesso, proprio come il padrino dello splatterpunk.

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