RECENSIONE: L'Ultimo dei Devastatori, di Bryan Smith

SINOSSI DAL WEB: Snakebite è una cittadina qualunque sperduta nel deserto dell'Arizona. Non vi accade mai nulla di eclatante, fino a quando non arriva un cacciatore di taglie spaventato a morte che vaneggia di mostri e strane creature. Poco dopo lo segue uno straniero, Doyle, ma non è una creatura di questo mondo, ha un potere sconfinato e molti nomi: è il Signore dei Morti e L’ultimo dei Devastatori, lo stregone rinnegato che brama un potere ancora più grande, e può trovarlo soltanto nel cuore di Snakebite. Creature delle tenebre, non morti ed entità mostruose iniziano ad assediare la cittadina. Soltanto un gruppo di cittadini può opporsi al male; sono loro l’ultima disperata resistenza del genere umano.

COMMENTO: almeno in Italia, il western-horror è ancora un territorio relativamente inesplorato. Anche il sottoscritto deve ammettere di aver letto poco e nulla del suddetto sottogenere, a eccezione del bellissimo e divertentissimo "Skin Medicine" di Tim Curran.

A questo, ora, viene ad aggiungersi "L'Ultimo dei Devastatori" di Bryan Smith, approdato nel Bel Paese grazie ai ragazzi di Independent Legions, che con la collana Black River (nella quale possiamo trovare anche "Il Tredicesimo Koyote" di Kristopher Triana), si sono assunti l'onere (e l'onore) di sdoganare il sottogenere anche da noi.

Assolati meriggi, orizzonti infiniti, saloon fumosi, fucili, sceriffi e baldracche, sonnolente città di frontiera e pistoleri solitari: il western, si sa, vive anche di archetipi. Li si trovano tutti ne "L'Ultimo dei Devastatori", affiancati però da morti che non vogliono rimanere tali, negromanti, piccole creature fameliche dalla pelle blu a metà fra i Gremlins e i Critters e fuorilegge paranormali, per duecento e spara pagine al cardiopalma, ottimamente gestite dalla penna sapiente del buon Smith, mai avara di descrizioni raccapriccianti.

Trattasi della più classica delle vicende: la cittadina di Snakebite, classico luogo dove non succede mai nulla di interessante, da un giorno all'altro si trasforma nell'ultimo baluardo dell'umanità, il camposanto nel quale le forze del bene e del male si sconteranno nella battaglia definitiva.

Nulla di più semplice, verrebbe da dire, non fosse che il concetto di bene, man mano che le vicende proseguono, si fa sempre più sfumato e relativo, perché forse (e sottolineo forse) il fine giustifica i mezzi e il mondo ha bisogno di (anti)eroi riluttanti pronti a mettere da parte etica e morale per fare la cosa necessaria, che non necessariamente coincide con quella giusta.

Ma se pensate che, considerati i temi trattati, Smith ci proponga un polpettone indigesto e pretenzioso, sappiate che vi sbagliate di grosso. L'autore statunitense alleggerisce il racconto (senza tuttavia sacrificare sangue, violenza e putridume) con robuste dosi di ironia mai fuori luogo, pagando più volte pegno ora al Sam Raimi dei tempi d'oro (mi riferisco in particolare alle vicende grottesche che riguardano il vicesceriffo ), ora agli under-siege movie di John Carpenter e George Romero nello scoppiettante finale, per non parlare delle citazioni ai Motorhead delle quali parlerò sotto.

Un libro divertente ma ad alto tasso adrenalinico, scanzonato ma anche estremamente scorretto, che si trangugia in pochi sorsi come una birra ghiacciata in un assolato mezzogiorno di fuoco. Un'opera davvero senza frontiere, nel suo giocare con influenze e generi, dal momento che non si limita al western-horror preferendo prendere altre derive impreviste nella sezione finale, rimanendo comunque concreta e credibile.

Merita la vostra attenzione, e state certi che al termine della lettura anche voi vorrete un altro assaggio di western-horror.



DISCO DA ABBINARE: Motorhead - Inferno, non solo perché Bryan Smith gioca a citare la band di Lemmy in più di un'occasione (Snakebite il nome della cittadina, così come si chiama Ned KILMISTER lo sceriffo), ma perché il disco del 2004, dalla potenza di fuoco dirompente, ben si adatta a evocare gli scenari polverosi e assolati de "L'Ultimo dei Devastatori", e quando si ascolta un pezzo come "Whorehouse Blues" sembra davvero di ritrovarsi nel Last Chance Saloon, sorseggiando Bourbon da due soldi in compagnia di vecchie canaglie e sgualdrine in cerca di qualche spicciolo extra.

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