SINOSSI DAL WEB: Piemonte, 1785. Una notte d’inverno, Sebastian Grave – medico e alchimista – viene avvicinato da Jacques Avenel di Ocerne, un giovane pallido e dallo sguardo enigmatico che ha il compito di consegnargli una richiesta formale da parte del padre, Antoine: la Bestia è tornata e Sebastian deve recarsi nelle campagne del Gévaudan per onorare un contratto firmato vent’anni prima. Il viaggio verso la Francia è lento e difficile, inoltre Jacques è un compagno sfuggente che sembra nascondere un segreto inquietante. Ma niente può spaventare Sebastian, perché anche lui nasconde un segreto: condivide la propria coscienza con Sarmodel, un demone arguto, cinico e affamato di anime; un legame che gli conferisce grandi poteri – come l’immortalità –, ma che a volte ha delle conseguenze piuttosto spiacevoli. Per gli altri. Ed è per questo che Sebastian sa cos’è davvero successo nel 1766, quando ha incontrato per la prima volta Antoine di Ocerne e, dopo una caccia spietata, la Bestia del Gévaudan si è rivelata per ciò che era sempre stata: non un animale, non una leggenda, bensì uno spirito antico bramoso di sangue, distruzione, violenza. Uno spirito che i greci chiamavano Ares e i romani Marte, rimasto soggiogato per secoli fino a un giorno del 1425, quando con l’inganno aveva convinto una ragazzina francese a liberarlo. Quella ragazzina sarebbe passata alla storia con il nome di Giovanna d’Arco. Sebastian – insieme con Sarmodel – conosce questa storia fin dal suo inizio e, allora come oggi, è l’unico che può fermare la Bestia, salvando così anche la persona che non ha mai smesso di amare…
COMMENTO: L’entusiasmo che ha accompagnato "L’inverno Rosso" di Cameron Sullivan aveva generato nel sottoscritto aspettative piuttosto alte, ma la lettura mi ha costretto a riconsiderarle in buona misura, e francamente un po' mi dispiace. È un romanzo che ha parecchio da offrire, soprattutto sul piano dell’ambientazione e della costruzione del mondo, ma che finisce per disperdere parte del proprio potenziale in una serie di scelte narrative e stilistiche che, a mio parere, non funzionano granché.
Il punto di forza è senza dubbio il worldbuilding, ricco e suggestivo, sostenuto da un sistema magico interessante e ben gestito. Sullivan dimostra di avere idee e di saperle sviluppare con una certa coerenza, senza rinunciare a una prosa solida e piacevole. Anche il lavoro sui personaggi è complessivamente riuscito, soprattutto quando il romanzo si concentra sul rapporto fra Sebastian e il demone che alberga in lui, Sarmodel. La loro relazione è uno degli aspetti più interessanti della storia, capace di offrire dinamiche e sfumature che avrei voluto trovare con la stessa efficacia anche altrove.
È proprio il confronto con questa relazione a rendere meno convincente la componente sentimentale del romanzo. La storia d’amore fra Sebastian e Antoine mi ha coinvolto poco e, in diversi passaggi, l’ho trovata decisamente forzata se non stucchevole, anche se, fortunatamente, non giunge mai a soffocare l'intreccio. Non è la presenza del romance a rappresentare un problema, quanto la difficoltà nel renderlo davvero incisivo e a fuoco all'interno dell'economia del romanzo. Ci sono dei passaggi, in particolare, dove si ha davvero la sensazione che "ora i due si devono guardare intensamente e lui deve abbandonarsi ai pensieri pruriginosi perché sì".
A questo si aggiunge una voce narrativa che tende ad ammiccare continuamente al lettore, affidandosi anche a frequenti note a piè di pagina. Un espediente che può risultare brillante nelle prime battute, ma che, reiterato con tale insistenza, finisce per diventare prevedibile e soprattutto invasivo. Le note interrompono il flusso della lettura, spezzano la tensione e richiamano costantemente l’attenzione sulla voce di chi racconta, a discapito dell’immersione nella vicenda. La stessa sensazione di frammentazione deriva dalla struttura basata sui flashback: una scelta che forse vorrebbe arricchire la narrazione, ma che il più delle volte finisce per appesantirla, se non renderla addirittura ridondante. La questione diventa particolarmente evidente nella parte legata a Giovanna d’Arco e Gilles de Rais, che ho trovato meno riuscita rispetto al resto. Il materiale storico offre possibilità narrative enormi, ma non sempre viene sfruttato a dovere e il sottotesto politico rimane, a mio avviso, piuttosto superficiale.
Fra digressioni, interruzioni e passaggi che tornano più volte sugli stessi concetti, la narrazione perde compattezza e diventa evidente quanto il problema non sia tanto a livello di idee, ma di messa in pratica. Cinquanta o settanta pagine in meno, tra l'altro, avrebbero probabilmente giovato al risultato finale, permettendo alla storia di procedere con maggiore fluidità e dando più risalto agli elementi che funzionano davvero.
"L'Inverno Rosso" resta quindi un romanzo interessante, con un'ambientazione riuscita, un sistema magico ben costruito e personaggi capaci di lasciare il segno. Sullivan sa scrivere e ha un immaginario che merita attenzione, ma non tutte le sue scelte narrative sono all’altezza delle intuizioni di partenza. Il risultato è un libro che alterna momenti convincenti ad altri in cui l'insistenza stilistica e la ridondanza finiscono per indebolire la storia.
Insomma, posso capire perché abbia raccolto tanti consensi, ma non riesco a condividerne del tutto l’entusiasmo.
Probabilmente Sebastian e Sarmodel torneranno per raccontarci altre incredibili avventure, ma ora come ora il sottoscritto non è sicuro di salire a bordo una seconda volta.
DISCO DA ABBINARE: The Ruins of Beverast - Tempelschlaf, perché il black metal dark, melodico e dagli influssi gotici si sposa alla perfezione con l'atmosfera oscura, brutale e romantico/decadente dell'opera di Sullivan.
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