RECENSIONE LIBRO: L'Estate che Sciolse Ogni Cosa, di Tiffany McDaniel

SINOSSI DAL WEB: Ci sono estati che ti entrano sotto la pelle come ricordi eterni. Per il giovane Fielding Bliss quell'estate è il 1984, l'estate che cambierà per sempre la sua esistenza e quella di tutti gli abitanti di Breathed, Ohio. Qui, in una giornata dal caldo torrido, il diavolo arriva rispondendo all'invito pubblicato sul giornale locale da Autopsy Bliss, integerrimo avvocato convinto di saper distinguere il bene dal male, e padre di Fielding. Nessuno in paese si sarebbe mai aspettato che Satana avrebbe risposto. E tantomeno che si sarebbe palesato come un tredicenne dalla pelle nera e dalle iridi verdi come foglie, eppure quel ragazzo uscito dal nulla sostiene davvero di essere il diavolo. A incontrarlo per primo è Fielding, che lo porta con sé a casa. I suoi genitori subito pensano che il giovane, che sceglierà di farsi chiamare Sal, sia scappato dalla propria famiglia, eppure le ricerche non portano a nulla, e in lui sembra esserci veramente qualcosa di impenetrabile e misterioso. Qualcosa che gli abitanti di Breathed non capiscono e che li convincerà che il ragazzo dalle lunghe cicatrici sulle spalle sia realmente quello che dice di essere: il diavolo.

COMMENTO: Se la memoria non mi inganna, fu il regista William Wyler a teorizzare che un buon regista dovrebbe guidare la storia senza farsi vedere.
Chiaramente quello è il suo punto di vista, ma personalmente l'ho sempre sposato appieno e, in qualche maniera, tendo a declinare tale assunto anche nel mondo della scrittura/lettura.

Ecco.

Per tagliare la testa al toro, devo ammettere che il mio principale problema con "L'estate che Sciolse Ogni Cosa" di Tiffany McDaniel è esattamente questo: a tratti la mano (o il pensiero, o l'etica) dell'autrice si vede fin troppo, a mio gusto.

Ed è un peccato, perché stiamo parlando di un'opera prima che rimane davvero interessante e assolutamente meritevole di lettura. Anzi, per certi versi è persino impressionante. La McDaniel, qui alla sua opera prima, mostra una sicurezza e una padronanza della scrittura che non sono affatto comuni. Il problema è che, ogni tanto, sembra non fidarsi abbastanza della propria storia.

Storia che in realtà, seppur non inventi nulla di nuovo, è una gran bella storia.

C'è un immaginario che guarda anche a certo Stephen King, c'è una piccola comunità americana degli anni Ottanta che diventa progressivamente teatro di qualcosa di oscuro e disturbante, e ci sono temi pesanti come il razzismo, l'abuso, la violenza, il pregiudizio, la colpa e la paura dell'altro. Ma soprattutto c'è una riflessione sul modo in cui gli esseri umani hanno bisogno di trovare un colpevole, un mostro, qualcuno sul quale proiettare ciò che non riescono o non vogliono comprendere.

La base, insomma, è ottima. E la McDaniel sa costruire molto bene il terreno sul quale far crescere questa storia.

Poi, a un certo punto, qualcosa si inceppa nella narrazione e sembra quasi che i temi prendano il sopravvento sulla vicenda, come se la McDaniel, prima della stesura dell'opera, avesse una lista di questioni e argomenti da infilare all'interno del testo perché sì. Dopo la rivelazione centrale il romanzo perde un po' della sua naturalezza e comincia a indulgere maggiormente nel compiacimento e nella retorica. Alcune cose vengono ribadite, spiegate, sottolineate. E quella che prima era una storia capace di suggerire tende a diventare una storia che sente il bisogno di dirti esattamente cosa devi vedere e, soprattutto, cosa devi pensare.

Non direi che la McDaniel faccia apertamente la morale. Sarebbe una semplificazione e sarebbe probabilmente sbagliato. Ma è lampante il desiderio dell'autrice di prendere posizione, di accompagnare il lettore verso una precisa interpretazione dei temi che sta affrontando. Quando questo accade, il romanzo perde qualcosa della propria forza.

Perché la McDaniel, quando si limita a raccontare, è bravissima.

La sua prosa è semplicemente notevole, soprattutto considerando che questo è un esordio. È lirica, evocativa, piena di immagini vivide e spesso bellissime, ma possiede anche una capacità non comune di entrare nella vita dei personaggi (più che nelle loro psicologie) e di costruire le giuste atmosfere. Sa rendere il caldo, la polvere, la provincia americana, l'estate che sembra non finire mai; sa trasformare un luogo apparentemente ordinario in qualcosa di inquietante e sospeso nel tempo.

Il problema è che qualche volta questa stessa qualità diventa un'arma a doppio taglio.

Perché i protagonisti sono soprattutto adolescenti e gli adolescenti della McDaniel, diciamolo, non parlano sempre come adolescenti. Ogni tanto sembrano piccoli filosofi già perfettamente consapevoli della propria condizione esistenziale, capaci di produrre con disarmante puntualità la frase perfetta, quella da sottolineare con l'evidenziatore arancione.

E qui torna la questione della mano dell'autrice.

A volte ho avuto proprio la sensazione che McDaniel fosse più interessata a trovare la frase bella, la frase definitiva, la frase che deve rimanerti impressa, piuttosto che a come suoni la data frase in bocca al personaggio che la sta pronunciando, che sia un ragazzino, una madre divorata dalla paura, un fratello che nasconde un segreto e via discorrendo. Lo stesso problema, in misura diversa, l'ho riscontrato anche nel comportamento della comunità. Alcune reazioni degli abitanti di questa cittadina immaginaria degli anni Ottanta sembrano rispondere più alle necessità del discorso che la McDaniel vuole costruire che a una reale complessità psicologica collettiva. E anche qui avrei preferito qualche zona grigia in più, qualche contraddizione, qualche essere umano meno funzionale alla tesi e semplicemente più umano.

Questo non significa, però, che L'estate che sciolse ogni cosa sia un romanzo debole. Tutt'altro.

È un'opera prima ambiziosa, potente, a tratti splendida, sostenuta da una scrittura che fa capire immediatamente di avere davanti un'autrice con qualcosa di importante da dire e, soprattutto, con gli strumenti per dirlo. Quando McDaniel riesce a trattenersi, quando smette di indicarti la direzione e lascia che siano i personaggi e le immagini a parlare, il romanzo raggiunge momenti di notevole intensità.

Il mio giudizio, quindi, rimane positivo, e sicuramente avrò modo di incrociare il mio cammino con gli scritti dell'autrice (ho già che mi attende "L'Eclisse di Laken Cottle". Ma proprio perché la materia prima è così buona, quei momenti di compiacimento e di retorica si fanno sentire ancora di più.

E forse il paradosso più interessante è proprio questo: la McDaniel la voce ce l'ha già al suo primo lavoro, ed è una voce enorme; deve soltanto imparare a fare un passo indietro e a smettere di fare l'occhiolino al lettore, lasciando che sia la storia a prenderlo per mano.

Considerato il materiale di partenza, non ho dubbi che abbia aggiustato il tiro già nelle opere successive.





DISCO DA ABBINARE: Dokken - Unde Lock and Key, perchè nulla è più anni Ottanta dei DOKKEN.

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