RECENSIONE: La Stanza Bianca, di Lucio Besana

SINOSSI: Bonello, via Corteana, casa Barri. Una villetta a schiera, vuota e anonima, teatro di una terribile strage domestica che la comunità ha cercato di dimenticare. Da quella casa, disabitata dopo l’orrore, si sprigiona qualcosa che sembra riscrivere la struttura stessa del paese, smontandola e riassemblandola in un dedalo di corridoi, scale e stanze al cui interno si muovono figure larvali e un’entità che vuole restituire al paese ciò che ha cercato di seppellire sotto una patina di normalità. In questa nuova realtà distorta e ostile, quattro persone cercheranno di restare in vita e di capire l’origine del male che ha aggredito Bonello e la sua popolazione.


COMMENTO: A questo giro parto dalla fine, anche perché perdersi nei meandri di Bonello è un pò come perdersi in una mente (e una narrazione!) frammentata, e quindi le coordinate spazio-temporali possono andarsene a fare in culo.

"La Stanza Bianca" di Lucio Besana è nella top three delle letture del 2026 del sottoscritto.

Ok.

Ora cominciamo.

"La Stanza Bianca" è un'opera mastodontica. Non tanto per le sue 428 pagine, quanto per la quantità di storie, personaggi, luoghi, traumi e livelli di realtà che riesce a contenere. Eppure Besana riesce nella cosa forse più difficile: tenere tutto dentro un perimetro narrativo sorprendentemente compatto, senza dare quasi mai la sensazione di trovarsi davanti a un romanzo che avrebbe avuto bisogno di altre duecento pagine per raccontare ciò che voleva raccontare, e stando ben attento a non farsi prendere dall'incontinenza narrativa.

Perché, sebbene i protagonisti principali siano sostanzialmente quattro, La stanza bianca è prima di tutto una storia corale, e la vera protagonista è Bonello. È la città, con le sue strade, i suoi negozi, il cimitero, le villette, le case e soprattutto le persone che la abitano. Meschine, terrorizzate, dubbiose, traumatizzate, spossate, sporche, stoiche, disilluse. Besana è bravissimo a portarci dentro questo piccolo centro della bassa padana e a trasformarlo progressivamente in qualcosa di altro: un luogo riconoscibile e quotidiano che, quasi senza che ce ne accorgiamo, comincia a deformarsi, a piegarsi su sé stesso, a trasformare la propria geografia in un incubo.

Ed è proprio questa moltitudine di vite a rendere il romanzo così efficace. L'autore non si limita a raccontare i personaggi principali: sembra avere la capacità di affacciarsi alle finestre, entrare nei negozi, percorrere le strade e intercettare frammenti di esistenze che continuano a brulicare intorno alla vicenda centrale. Sono persone con i loro dolori, i loro rancori, le loro piccole meschinità, le loro tragedie private. Ed è in questo tessuto umano che l'orrore attecchisce e si propaga.

Quello di Besana è un weird che non lascia scampo, capace di muoversi con estrema naturalezza tanto sul terreno psicologico e liminale quanto su quello più brutalmente fisico. Le geometrie impossibili, gli spazi che si deformano, le presenze e le stanze che sembrano appartenere a una realtà diversa convivono con un orrore molto più concreto, fatto di carne, violenza, dolore e sofferenza.

La Stanza Bianca è un contenitore e un rifugio, una prigione e un luogo di passaggio obbligato. La Stanza Bianca ci parla di dolore e rabbia, di traumi rimossi e di sofferenza, e soprattutto di quella strana capacità che abbiamo di costruire le nostre stesse gabbie. La cosa più interessante è che Besana non sembra suggerire una facile liberazione: quando due dolori simili riescono finalmente a riconoscersi può forse aprirsi una via d'uscita, ma abbandonare la stanza bianca non significa necessariamente smettere di soffrire e, soprattutto, non implica a tutti i costi un lieto fine. 

E qui il romanzo trova una delle sue intuizioni più efficaci: l'orrore soprannaturale rende visibile e tangibile il reale, il quotidiano. Quello che striscia ed esiste e cresce dietro le porte chiuse. Bonello diventa una specie di enorme organismo nel quale ogni stanza, ogni strada e ogni persona sembrano custodire qualcosa che non vuole essere dimenticato. La realtà stessa si trasforma in un'architettura del rimosso, e ciò che è stato nascosto torna a reclamare il proprio spazio.

Perché è così che funziona la mente umana, che lo si voglia o meno.

Poi c'è la prosa, che è semplicemente da paura. Besana scrive con una precisione impressionante e possiede una capacità non comune di produrre immagini vivide senza trasformare la descrizione in semplice esercizio di stile, nonostante ogni parola sia scelta con cura maniacale. La sua esperienza di sceneggiatore si avverte nella forza visiva della scrittura, ma sarebbe riduttivo parlare soltanto di una prosa cinematografica: quello che colpisce è soprattutto la capacità di rendere tangibili gli spazi e, contemporaneamente, di dare profondità alla moltitudine di vite che attraversano Bonello.

Un'opera corale in cui l'orrore fantastico, il perturbante e la violenza fisica diventano strumenti per parlare di qualcosa di molto più difficile da raccontare: il dolore che ci portiamo dentro, quello che nascondiamo agli altri e, soprattutto, quello che nascondiamo a noi stessi.

Besana prende una città qualunque della provincia italiana e la trasforma in un incubo geometrico, liminale e sanguinoso, ma soprattutto la riempie di persone reali, vive e pulsanti, ed è così che riesce a fare davvero paura.

Perché Bonello non sembra affatto un luogo inventato.
Sembra un posto nel quale, prima o poi, siamo passati tutti.
O per il quale dovremo passare, che lo vogliamo o meno.



DISCO DA ABBINARE: Ingurgitating Oblivion - Continuum of Absence, perché il death metal dei tedeschi è labirintico, dissonante e soffocante, proprio come la Bonello di Besana. Entrambe le opere alternano una dimensione fisica, brutale e quasi carnale a una più astratta, liminale e straniante. Sono due esperienze che pretendono di essere attraversate, più che semplicemente fruite, ma nelle quali è facile perdersi, a causa dell'assenza di punti di riferimento.

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