RECENSIONE: Haunter, di Charlee Jacob
SINOSSI DAL WEB: Nella giungla cambogiana, tra risaie ferme come acqua morta e templi divorati dalle radici, la guerra convive con qualcosa di più antico e irriducibile. Harry ed Elliot avanzano tra carcasse, fango e umidità che sembra respirare, in un territorio dove il tempo non è lineare e la realtà cede sotto il peso di ciò che la attraversa.Le divinità non sono miti lontani ma presenze incarnate, ibride, ambigue, che emergono dalla pietra, dalla carne e dalla memoria violata di un paese mutilato. Danze sacre si trasformano in spasmi osceni, il corpo diventa luogo di rivelazione e degradazione, e ogni visione porta con sé una verità che non può essere separata dalla sua brutalità.
Mentre la giungla si chiude intorno a loro, Harry ed Elliot vengono trascinati in un’esperienza che dissolve i confini tra umano e divino, tra estasi e distruzione, dove ciò che appare mostruoso è soltanto una forma più esplicita del reale.
COMMENTO: "Haunter" non è un'opera semplice, così come Charlee Jacob non è una scrittrice convenzionale. Lo avevo già intuito nell'antologia "I Giorni della Bestia", ma quest'opera mi ha dato il colpo di grazia definitivo. "Haunter". pretende attenzione, pazienza e una certa disponibilità a lasciarsi trascinare in un modo di raccontare tutt'altro che convenzionale.
Senza queste non si va da nessuna parte. O ci si smarrisce proprio.
Charlee Jacob, autentico pilastro dello splatterpunk, costruisce un horror profondamente esotico, intriso di profumi di spezie e immerso fino al collo nel pantano ribollente e carnale della mitologia e della cosmologia induista. È un immaginario che l'autrice rielabora senza alcun intento didascalico, piegandolo alla propria sensibilità visionaria e dando vita a qualcosa di profondamente personale.
La sua scrittura è il vero cuore del romanzo: onirica, poetica, lisergica. Le frasi si avvolgono su loro stesse, sinuose e vorticanti come la danza di Shiva che crea e distrugge l'universo. È una prosa capace di immagini di enorme potenza, ma anche di mettere alla prova il lettore. Non tanto per la complessità dei concetti, quanto perché alcuni periodi sono talmente elaborati e stratificati da richiedere una rilettura per essere assimilati fino in fondo. E non oso immaginare che incubo sia tradurre il tutto in italiano.
La trama si espande e si contrae seguendo una logica quasi organica, prende deviazioni impreviste e cambia continuamente prospettiva. Questo comporta qualche inevitabile squilibrio nel ritmo, ma nulla che risulti realmente disturbante.
Se c'è un ostacolo, in realtà, è proprio lo stile. Una scrittura tanto affascinante quanto esigente, che a tratti sacrifica la scorrevolezza in favore della ricerca espressiva. Per alcuni lettori sarà un limite, per altri parte integrante del suo fascino.
Come spesso accadeva nello splatterpunk degli anni Novanta – e come accade ancora nelle opere dei suoi epigoni più consapevoli – Haunter non utilizza l'orrore come semplice esercizio di estremismo o provocazione. Al contrario, il fantastico e il perturbante diventano strumenti per parlare dell'essere umano. Il romanzo riflette sugli orrori della guerra, sulla sua capacità di imbarbarire chi la combatte e chi la subisce, di dissolvere lentamente ogni riferimento morale e trasformare le persone in qualcosa di diverso da ciò che erano. Ma il discorso si allarga presto a una riflessione più universale sul male: non un'entità esterna che invade l'uomo, bensì una possibilità sempre presente, pronta a emergere quando le circostanze abbattono ogni argine.
Allo stesso tempo, però, emerge anche uno dei limiti che, a mio avviso, appartiene a una parte dello splatterpunk. Nella continua ricerca del marcio, del putridume morale e della degradazione umana, si finisce talvolta per perdere un po' di equilibrio. In "Haunter" questo è particolarmente evidente nella caratterizzazione di buona parte delle figure maschili, quasi sempre ritratte come un concentrato di depravazione, brutalità e abiezione. È un tripudio di schifo, merda, violenza e corruzione che raramente concede spazio a zone grigie o a una reale ambivalenza morale. È chiaramente una scelta poetica, funzionale al discorso dell'autrice, ma in alcuni momenti restituisce un'immagine dell'essere umano volutamente sbilanciata verso l'eccesso, e il rischio è sempre quello di cadere nel caricaturale.
Fortunatamente, il percorso dei due fratelli restituisce un senso compiuto all'intera opera e impedisce che tutto si riduca a un semplice accumulo di orrori. È proprio attraverso il loro arco narrativo che Charlie Jacob ricompone il mosaico del romanzo, mostrando come la guerra, il trauma e il male siano forze capaci di deformare gli individui, ma anche di metterne a nudo le fragilità più profonde.
È, in fondo, la cifra stessa della poetica della Jacob. I suoi mostri e le sue immagini più disturbanti non sono quasi mai fini a sé stessi: sono metafore del dolore, della perdita, della trasformazione e delle crepe dell'identità umana. L'orrore diventa il linguaggio con cui raccontare ciò che di più oscuro alberga nell'uomo. "Haunter è infatti un romanzo che usa il fantastico per interrogarsi sulla natura del male, sulla brutalità della guerra e sulla facilità con cui la civiltà può sgretolarsi, lasciando emergere ciò che normalmente rimane nascosto.
Insomma, pur con le sue (volute?) storture, "Haunter" è una lettura di grandissimo fascino, difficile, stratificata e a tratti persino ipnotica. Un'opera che conferma tutto il talento della Jacob e che ci lascia in eredità la voce di un'artista straordinaria, purtroppo scomparsa troppo presto e che, almeno in Italia, avrebbe meritato una platea di lettori decisamente più ampia.
DISCO DA ABBINARE: Uada - Crepuscule Natura, perché con questo disco il combo americano costruisce un black metal che, pur rimanendo aggressivo, ha una componente fortemente ipnotica, avvolgente e mesmerizzante. In "Haunter" l'essere umano viene deformato dalla guerra, dal trauma, dalla violenza e dal contatto con il male (o il divino). In "Crepuscule Natura" l'individuo/ascoltatore si dissolve in qualcosa di più grande: l'uomo perde progressivamente i propri confini e diventare parte del paesaggio, dell'oscurità, della natura e del cosmo.



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