RECENSIONE: Riti Privati, di Julia Armfield

 SINOSSI DAL WEB: Isla, Irene e Agnes sono tre sorelle che tornano a incontrarsi dopo anni di distanza e silenzio, richiamate dalla morte del padre, un architetto tanto celebre quanto temuto che ha progettato case per un mondo trasformato dalle piogge eterne. La casa che ha costruito per la sua famiglia poggia su lunghe gambe meccaniche, invisibili quando sommerse, capaci di estendersi per contrastare l’innalzamento delle acque. Sembra un cigno adagiato sulla superficie, elegante e quasi indifferente a un mondo che forse sta finendo. Fuori, infatti, la pioggia non cessa mai, le strade si trasformano in canali, le notti si fanno sempre più buie e nessuno ricorda più il colore del sole. Eppure, mentre un mondo sembra naufragare, un altro riemerge in superficie, qualcosa che neanche questo lento declino è riuscito a cancellare. L’eredità lasciata dal padre non è fatta soltanto di stanze e oggetti, ma anche di segreti inconfessabili e di un potere più oscuro, che sopravvive alla sua morte e si insinua nelle crepe di una famiglia devastata. Ora, le sorelle si ritrovano insieme in quella casa: ma quanto peso potrà sopportare prima di cedere? E quanto è difficile restare a galla quando ciò che portiamo nel cuore, nel corpo e nella memoria diventa troppo pesante?


COMMENTO: Dopo aver amato Le Nostre Mogli negli Abissi, mi sono avvicinato a Riti privati con aspettative molto alte, e quindi è colpa mia. Il precedente romanzo di Julia Armfield mi aveva colpito profondamente per la sua capacità di fondere il perturbante con l'intimità emotiva, di raccontare il dolore, il lento sgretolarsi dei rapporti interpersonali e la trasformazione attraverso immagini potenti e una scrittura di rara eleganza. Proprio per questo, il mio incontro con Riti Privati è stato più complicato di quanto pensassi.

Una cosa, però, rimane indiscutibile: la voce della Armfield continua a essere una delle più interessanti del panorama contemporaneo del weird e della narrativa perturbante. Sul piano puramente formale (ma anche emotivo, direi), la sua scrittura possiede una precisione e una sensibilità che la distinguono immediatamente. Le sue immagini, il modo in cui costruisce le atmosfere e la capacità di trasformare il quotidiano in qualcosa di inquietante e ambiguo confermano ancora una volta il talento di un'autrice che ha saputo ritagliarsi uno spazio molto personale all'interno della letteratura fantastica e del perturbante moderno.

In Riti Privati tornano molti dei temi che avevano reso interessante Le Nostre Mogli negli Abissi. Al centro della narrazione ci sono ancora i rapporti umani che si sfaldano, i legami sottoposti a pressioni (interne ed esterne) che li deformano fino a renderli irriconoscibili, qualcosa di altro, qualcosa di alieno. In questo caso sono le relazioni fra tre sorelle (cresciute all'ombra di un padre enigmatico e ingombrante) a occupare il cuore emotivo del romanzo; relazioni segnate dall'incomunicabilità, dal risentimento e da una lenta deriva reciproca. Se nell'esordio assistevamo a un'apocalisse era personale/relazionale, in questa nuova opera l'Apocalisse è reale. Un apocalisse umida e silenziosa, lenta e inarrestabile. Un'Apocalisse che le persone tentano di ignorare, riempiendo le proprie vite di parole e pensieri, azioni automatiche e spesso prive di senso. 

RITI PRIVATI, insomma.

Torna anche l'acqua, elemento ormai quasi imprescindibile nell'immaginario della Armfield. Non è mai soltanto un elemento naturale o uno sfondo, ma assume un valore simbolico costante: è mutazione, dissoluzione, minaccia, memoria, destino. L'acqua diventa ancora una volta il linguaggio attraverso cui l'autrice racconta il cambiamento e la perdita. L'acqua è l'inizio della vita e la fine del mondo. Inesorabile, talmente lenta da sembrare eterna.

Dove il romanzo, a mio avviso, mostra invece i suoi limiti è nella gestione del ritmo e della struttura narrativa. La lettura procede spesso con estrema lentezza e alcuni concetti vengono ripresi e ribaditi numerose volte, fino a produrre un effetto di ridondanza. Se in Le Nostre Mogli negli Abissi esisteva un equilibrio molto delicato tra dimensione simbolica, sviluppo emotivo e progressione narrativa, qui quell'equilibrio sembra incrinarsi.

La fine del mondo raccontata dalla Armfield, seppur non manchi di elementi inquietanti, rimane profondamente intima, filtrata attraverso gli affetti e le relazioni, e il romanzo dedica una quantità considerevole di pagine alla costruzione e alla progressiva distruzione dei rapporti tra le tre sorelle. A lungo andare questa parte rischia di diventare ripetitiva e di sottrarre energia agli altri elementi del libro. La componente più propriamente weird, inquieta e quasi thriller finisce così per apparire, paradossalmente, come un corpo estraneo all'interno della narrazione e trattato in maniera sbrigativa nel concitato finale, come se appartenesse a un altro romanzo che fatica a trovare un equilibrio con il dramma familiare.

Ed è proprio qui che nasce la principale ambivalenza di Riti privati. Da un lato si ha la sensazione che la storia avrebbe potuto funzionare anche senza alcuni degli elementi più apertamente perturbanti; dall'altro, eliminandoli, il romanzo perderebbe la propria identità e probabilmente non sarebbe più Riti Privati. La tensione tra queste due anime (il dramma familiare e il romanzo della fine del mondo, il racconto intimo e il weird apocalittico) non sempre riesce a risolversi in modo convincente.

Insomma, gli ingredienti sono gli stessi del libro d'esordio, quello che cambia (purtroppo, mi verrebbe da dire) sono le dosi e i tempi di cottura.

Rimane comunque un libro scritto da un'autrice di una sensibilità e di un talento straordinari, capace ancora una volta di costruire immagini memorabili e atmosfere di grande fascino. Pur non avendomi coinvolto quanto Le Nostre Mogli negli Abissi, con il secondo romanzo la Armfield ribadisce la sua capacità di esplorare le crepe nei rapporti umani attraverso il linguaggio del perturbante.




DISCO DA ABBINARE: Edge of Sanity - The Spectral Sorrows, perché il death metal degli svedesi, in questo disco, non ha paura di osare. Nel suo essere un disco interlocutorio, rifugge i generi e vive in una ribollente amalgama di sensazioni, emozioni e soluzioni sempre diverse e stratificate. Un pò come le opere della Armfield.

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