RECENSIONE: Il Re di Cuori, di Andrea Cavaletto

SINOSSI DAL WEB: Torino oggi. L'affascinante professore d'arte Nereo Barbaro è un uomo pieno di segreti. E il fatto che suo padre sia a capo di una cosca della 'Ndrangheta non è nemmeno lontanamente il peggiore. Sacerdote di un culto sanguinario che da anni si macchia delle peggiori nefandezze, Nereo si prepara all'arrivo di Colel Cab, la Vespa che porta la peste, e che presto scatenerà la sua furia apocalittica sull'umanità. Nel frattempo, Fosca Rosboch, ex agente di polizia, cinica, alcolizzata e ninfomane, da cinque anni porta avanti una caccia solitaria contro l'orco senza identità che ha rapito e ucciso sua figlia. Tra sacrifici rituali, ataviche divinità precolombiane, sciamani New Age e fagioli messicani carnivori affioranti dalle strade di una Torino ignota, i destini di Fosca e di Nereo si intrecciano in una spirale di follia e morte che solo un atto estremo potrà sciogliere.

COMMENTO: Non si può certo dire che Cavaletto abbia paura di sporcarsi le mani. L’avevo capito con Blue Sunset, lo sci-fi body horror scritto a quattro mani con Fulvio Gatti, e mi era stato ancora più chiaro con Doll Syndrome.

Ma devo essere sincero: con Il Re di Cuori l’autore piemontese firma la sua opera, a mio parere, più intrigante e competitiva, almeno fra quelle lette fino a oggi.

La sua prosa è viscerale, sporca e brutale, e si percepisce chiaramente che non ha alcuna intenzione di edulcorare ciò che racconta. Questo è uno dei punti di forza più evidenti: c’è una coerenza totale tra stile e contenuto, e il risultato è un horror che disturba e si diverte un mondo a creare disagio.

In fondo, Cavaletto è cresciuto a pane e splatterpunk, e lo si nota immediatamente: gli echi della scuola frequentata da Schow, Skipp, Spector, Barker e tutta quella bella gente sono parte integrante del DNA del romanzo. Non si tratta di citazionismo sterile, ma di un recupero consapevole di un’estetica estrema, fatta di carne, sangue e degrado morale. In questo senso, Il Re di Cuori sembra voler fare da ponte ponte tra certa narrativa anni ’90 e una sensibilità più contemporanea.

Davvero notevole è tutto l’impianto legato alla mitologia mesoamericana, che non appare fuori luogo nonostante l’ambientazione la vicenda si svolta in un'uggiosa Torino. Cavaletto costruisce un immaginario ricco e angosciante, dove culti sanguinari, divinità mostruose e dettagli apparentemente assurdi (i famigerati “carnivori”) finiscono per risultare perfettamente coerenti all’interno della logica del racconto.

Abbiamo i passaggi onirici, poi, a innalzare ulteriormente il senso di straniamento del povero lettore, sballottato a destra e manca dall'inizio alla fine del romanzo. Qui la scrittura si fa più rarefatta, ma non meno intensa, e il confine tra realtà e allucinazione si dissolve in maniera estremamente efficace.

La sezione finale, infine, è difficile da dimenticare: non tanto per ciò che accade in senso stretto (e di robe ne accadono eh!), ma per la sensazione di inevitabilità e discesa che riesce a trasmettere.

Sul fronte dei personaggi, invece, si apre il punto più controverso. Sono tutti, senza eccezioni, moralmente ripugnanti, egoisti, spesso crudeli. Che si tratti di capi mafiosi o tirapiedi, madri in lutto, liceali neurodivergenti, bulli, poliziotti o presidi d’istituto poco importa: sono tutti deprecabili o, nella migliore delle ipotesi, dei gran pervertiti. Questo è chiaramente voluto: Cavaletto non nutre alcun interesse negli eroi eroi o per le figure salvifiche (per lo meno, non nel senso stretto del termine). Tuttavia, questa scelta può rendere difficile trovare un appiglio emotivo. Più che seguire dei personaggi, si ha la sensazione di assistere a una lenta decomposizione umana, ed empatizzare con le sue creazioni spesso risulta complicato. La sua poetica è precisa e nichilista, ma può creare distanza, e non è detto che tutti i lettori la apprezzino.

Ma, al di là di questo fattore (nel quale confluiscono sicuramente anche gusti personali), Il Re di Cuori è un horror potente, disturbante e molto coerente con sé stesso, e può vantare almeno due o tre momenti da panico che si stamperanno nella mente e nell’immaginario del lettore. Non è un libro “piacevole” nel senso tradizionale, e nemmeno vuole esserlo.

Cavaletto punta a colpire, e questa volta ha deciso di alzare il volume al massimo, fottendosene dei vicini rompicoglioni.

E ha fatto bene.


DISCO DA ABBINARE: Mortem - De Natura Daemonum, perché il death metal brutale e solenne dei peruviani è perfetto per fare da colonna sonora a culti dimenticati, piramidi polverose e sacrifici di sangue. Come nel libro, anche qui non c’è via di fuga, solo una discesa inevitabile verso qualcosa di antico, oscuro e profondamente disumano.

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